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Modi di dire: "Menèga"
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"Non fare il menèga!"

a Sassetta significa "Non fare lo scemo" e prende il nome, appena storpiato di una vocale, da uno scemo di Sassetta ricordato dal poeta Emilio Agostini in Lumiere di Sabbio.

 

 

La storia di Minèga:
Dopo cena era usanza, a Sassetta come altrove, di "stare a veglia". Era un modo di dire con cui si indicava la gente che si riuniva per raccontarsi la giornata.
Minèga era lo scemo del paese. E ogni tanto i convitati si divertivano a fargli raccontare una novella.
Minèga ne sapeva una. Ed era sempre e solo quella ma faceva tanto ridere, specie nel modo in cui la raccontava.
"Questo Flurindo andava a fa’ sempre pulizzia" diceva. "Voleva accende’ la fumma e non aveva el fiammifero. E da quella via gli si aggrovigliolò un serpente al collo. Ora il tempo delle novelle passa presto, va costà alla tonda al ponte di Macallè. Il tempo delle novelle passa presto, ammazzarono tutti cignali, colombi e via. Il tempo delle novelle passa presto, arrivò a Marsiglia; il tempo delle novelle passa presto, arrivò a Marsiglia..."
Il tempo delle novelle passa presto, arrivò a Marsiglia...
Queste parole le ripeteva all'infinito, finché gli astanti non ne potevano più dal ridere.

 

Menèga

 

(...) Fra una frase e un’altra, senza finirla, faceva una osservazione sua, se gli cadeva sott’occhio qualcosa che lo impressionasse
- Questa cos’è?
- Una catena lustra, di diamanti.
- Ah una catena di diamanti! Uh bella… eh…
- Questo cos’è? questo cos’è?
- Un canapo, una stanga di leccio…
- O voi, mi date un paio di scarpe? l’ho tutte rotte…
Fra una frase e un’altra, si lasciava allargare la bocca da qualche sbadiglio e finiva con le sue solite parole, quando pareva a noi;
- ‘Mangiarono e bevvero; a me niente mi dettero…
- Come nulla?
- … mi dettero un panetto di pane e un fiasco di vino e io ne feci una panciata come un salacchino.’
Altre volte in ore migliori, gli stavamo attorno costringendolo a raccontare i suoi amori con la Nena del Bocchi. Il disgraziato, per una di quelle ignote ragioni che muovono gli atti e i sentimenti di certi organismi e di certe coscienze discese in basso fino a commuovere di pietà altrui, pure l’estraneo – diceva d’essere innamorato di questa Nena, una buona ragazza, figliola di buona famiglia. Qualcuno lo aveva sentito, tornando nella sua catapecchia, lo aveva sentito parlare da sé e lo aveva veduto gestire come se veramente fosse stata davanti a lui la ragazza.
- Nena, tieni; questo è il pane; questa è la minestra; via, metti la pasta; fai bollire il paiuolo; fai la polenda, chè ti voglio bene…
I ragazzi gli urlavano dietro queste frasi, imitate con ogni bizzarria di voce. Egli si voltava a tratti, mostrando i denti, come certi cani di campagna, che passano con la coda fra le gambe e si rivoltano con un abbaio rabbioso ai cani del paese che li rincorrono dopo essersi raccolti insieme. Irritato, andava a rintanarsi nella sua stamberga, una stanza buia, in fondo al corridoio d’una casa disabitata, dove dormiva per terra fra i calcinacci del pavimento scempiato, e non usciva fin tanto che gli duravano i tozzi del pane raccolti nei giorni precedenti, bussando alle porte. Di uno scherzo tenne molto rancore anche a noi.
Gli avevamo in frantoio mescolato dell’olio di ricino a quello di oliva, datogli per la crogentina. Aveva avuto dei disturbi; non era tornato a trovarci, non era tornato più all’elemosina a casa nostra in giorno di sabato, non aveva voluto accettare il pane che gli avevamo mandato da noi stessi. Venne soltanto l’ultimo pomeriggio della stagione. Rimaneva da stringere una frantura di sansine; ci doveva poco più tardi essere la maccheronata in frantoio. Arrivò che le donne scodellavano, nei vassoi tondi, i maccheroni tagliati a quadrucci, e li coprivano di salsa piccante e di formaggio grattato. Quell’odore di stracotto cucinato bene, che si sentiva di fuori dalla strada, ce lo riconciliò. Noi stessi, pentiti dello scherzo passato, sentivamo il bisogno di ricompensarlo con buone accoglienze. Giobbe lo fece sedere e fu il primo a colmargli una scodella di maccheroni.
Ma più tardi, verso la fine del mangiare, mandata a mezzo la damigiana del vino, ricominciò l’allegria. Minèga aveva mangiato a crepa pelle, con una voracità di bruto rimasto a lungo digiuno; aveva anche bevuto vino pretto, senz’acqua, e il vino già gli aveva dato alla testa. Non volle contar la novella, ma cominciò a parlare della sua povera Nena, che gli voleva bene, diceva. Nel brio, si tinse il viso di morca; noi gli appiccicammo allora sul viso e intorno al collo penne di gallina; si cominciò a dirgli che era bello, che stava bene, che pareva un signore, che doveva andare in quel modo a trovare la Nena. Gli atti di contentezza, il passeggiare rimpettito che faceva di qua e di là, quasi per prova, ci convinsero che ci sarebbe andato davvero.
Pure, quando uscì non lo seguitammo.

Da diversi giorni pioveva e la terra nei luoghi piani era tutta sott’acqua e minacciava frane d’argini in ogni parte esposta a cadere. Si uscì sotto una pioggia scrosciante, grossa come le funi. Poco dopo, mentre nello scrittoio assistevamo Giobbe che dava le consegne della lavorazione a nostro padre, fra lo scroscio fragoroso della pioggia che continuava, si sentì una romba sorda, come d’una frana. Calmata la pioggia bussarono all’uscio. Era franato il muro dell’Orto di sotto, sopra il lavatoio e l’abbeveratoio comunali. Nel buio, sotto le rade gocce di pioggia che cascavano ancora, molte lanterne giravano intorno alla frana. Quando arrivammo anche noi, spaventati, si udì una voce che si lamentava fioca dietro a un muricciuolo.
Uno che si avvicinò con la lanterna e con la zappa per liberare il disgraziato, riconoscendolo, disse forte in modo che tutti s’intese:
- Guà, anche questa volta ti è andata bene, Minèga!
Da “Raccolta delle olive”, un racconto di Emilio Agostini, in “Lumiere di sabbio”


 

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